sabato 25 gennaio 2014

Ho provato a odiare Elena Ferrante.















TitoloL'amica geniale

Autrice: Elena Ferrante

Pagine: 400

Edito da e/o



Descrizione:

Il romanzo comincia seguendo le due protagoniste bambine,e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana,tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità. L'autrice scava nella natura complessa dell'amicizia tra due bambine,tra due ragazzine,tra due donne,seguendo la loro crescita individuale,il modo di influenzarsi reciprocamente,i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero,robusto.Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione,Napoli,l'Italia,in più di un cinquantennio,trasformando le amiche e il loro legame.E tutto ciò precipita nella pagina con l'andamento delle grandi narrazioni popolari,dense e insieme veloci,profonde e lievi, rovesciando di continuo situazioni,svelando fondi segreti dei personaggi, sommando evento a evento senza tregua,ma con la profondità e la potenza di voce a cui l'autrice ci ha abituati.Si tratta di quel genere di libro che non finisce.O,per dire meglio,l'autrice porta compiutamente a termine in questo primo romanzo la narrazione dell'infanzia e dell'adolescenza di Lila e di Elena,ma ci lascia sulla soglia di nuovi grandi mutamenti che stanno per sconvolgere le loro vite e il loro intensissimo rapporto.





Decido,quasi mi impongo,di leggere Elena Ferrante.
Se ne parla ovunque,tutti la celebrano,molti fanno ipotesi su chi si celi dietro questo pseudonimo,ne scrive addirittura il New Yorker e mi convinco che la mia dignità di lettrice è imbarazzantemente compromessa dal non avere in libreria un suo titolo.
Ma acquisto scettica il primo volume de L’amica geniale:spesso,troppo spesso, mi sono sentita ingannata dai grandi successi.
Questione di aspettative o forse di mio eccessivo criticismo,onestamente non saprei, ma i libri ipercelebrati li osservo sempre con animo sospetto.
Ed è cosi che comincio il mio viaggio verso questa autrice,in fondo ho già deciso di odiarla un po’.

Le primissime pagine mi portano l’elenco dei personaggi:tanti,troppi.
Do una occhiata superficiale,mi dico che non saranno tutti cosi importanti.

Compio il mio primo errore con Elena Ferrante.

Mi incammino nella storia e con arroganza estrema mi dico che non mi piace.
C’è troppo “racconto”qui dentro,troppe descrizioni,troppe sensazioni,troppe riflessioni.
Nessun risparmio sulle parole,la narrazione è minuziosa.
Non amo questo genere.
Anche qui come per i personaggi mi ripeto che è tanto,troppo.

Compio il mio secondo errore con Elena Ferrante.

Procedo un po’annoiata:le due bambine,le famiglie,la scuola,il degrado sociale.
Poi c’è questa mia Napoli che mi puzza di stereotipo.
Mi viene in mente Erri De Luca,ma non ho tempo per i paragoni,inizio ad arrancare tra i personaggi:“Ma ora chi è Antonio?E Pasquale?Ma chi è tutta ‘sta gente?”.
Sale l’irritazione.
Non sto leggendo,sto combattendo.

Compio il mio terzo errore con Elena Ferrante.

E poi succede.
Succede che leggo di Lenù e di Lila che sono sedute sulla panchina,in mezzo a questo rione che è tutto e niente,con i loro abitini da quattro soldi,con questa tensione emotiva inadatta a due bambine,con questo linguaggio e queste riflessioni che non mi tornano,poco realistici,poco coerenti con tutta quella bruttura che le circonda,eppur succede.
Io le vedo.

Come un flash che mi viene sparato negli occhi l’immagine è nitida,la fotografia perfetta e involontaria:sto guardando una scena del libro.
E improvvisamente mi rendo conto di quanto sia potente la scrittura della Ferrante.
Talmente potente da vivere di vita propria,talmente potente da entrarti dentro agli occhi,talmente potente che se anche avevi deciso che non ti sarebbe piaciuta finisce per prenderti e portarti dove vuole.
Allora vado avanti e non importa più se questa Napoli non la riconosco,se due bambine discutono sulla retoricità dello Spirito Santo messo li’solo perché tre fa più effetto di due,se continuo a perdermi tra tutti quei nomi di scarpari,pasticcieri,salumieri.
Non ha nessuna importanza adesso.Non più.

Elena Ferrante mi ha sequestrata con la sua scrittura che odora di pittura:vivida,evocativa,abbagliante.

Nemmeno mi accorgo di essere giunta al termine e allora mi incazzo.
Perché ne voglio ancora,devo sapere,capire,continuare a guardare.
Mi addormento e mi risveglio di notte e sento tutti ancora nella mia testa e mi chiedo se Lila gliela vuole davvero lanciare addosso quella bottiglia di vino al neosposo.
E farebbe bene a farlo perché Stefano a me mica mi ha mai convinta!
Mi alzo,volo in libreria,acquisto il secondo volume.


Poi mi fermo e penso che ci sono scrittori che non si lasciano odiare,una di loro si chiama Elena Ferrante.

giovedì 23 gennaio 2014

Febbre da romanzo rosa.

Non so voi,ma personalmente vado in periodi di lettura monotematici.
Può trattarsi di un autore, e allora mi faccio fuori metà delle sue opere in pochi giorni,o di un genere, ed eccomi a macinare chilometri di gialli,chick lit…o altro.
Questa settimana mi ha preso la febbre del romanzo rosa.
Sono stata lontana solo dagli Harmony,ma per il resto ci ho dato dentro.


Ho iniziato con Palazzo Sogliano della Modignani.Mi sembrava dovuto,del resto è l’imperatrice italiana del genere.


                          




TitoloPalazzo Sogliano

Autrice:Sveva Casati Modignani

Pagine: 517

Editore:Sperling & Kupfer





Non è una autrice che conosco particolarmente bene,è solo il suo quarto romanzo che affronto,ma ci sono autori che poco sorprendono e questo è il caso.
La Modignani odora di anni ’80.Sembra un po’il corrispettivo nell’abbigliamento della giacca con le spalline:certo torna sempre di moda ma sfido chiunque a trovare una donna che stia meglio con le spalline imbottite che senza.
Non scervellatevi,non esiste.
Le va comunque riconosciuta una penna elegante e quintali di tecnica:questa donna sa il fatto suo.
Ma quello che mi ha più indispettito è stata la totale mancanza di personaggi “cattivi”.
In Palazzo Sogliano sono tutti buoni,belli,ricchi,intelligenti. Persino coloro che per tradizione dovrebbero essere bastardi (vedi alla voce “amanti”) sono delle gran brave persone.

E no Sveva!E dai!Ma dico io uno,uno solo che da piccolo ha rubato le gomme dal tabaccaio o che ha parcheggiato in divieto di sosta o che non si è lavato le mani dopo aver fatto la plin plin me lo dovevi inserire!
Ma tu cosi urli “Vade retro Satana”alla distinzione manichea tra bene e male!
Non ci siamo.Bocciata. Voto: 4/10.

Ti rileggo appena tornano di moda i calzettoni a scacchi.

(Che dite?Non vi sento!Stanno tornando già?Alle brutte notizie non c’è mai fine!)





Passiamo allora al secondo romanzo:Il giardino dei segreti di Kate Morton.







Titolo:Il giardino dei segreti

Autrice: Kate Morton

Pagine: 593

Editore: Sperling & Kupfer





Qui la Kate mi da soddisfazione perché di cattivi ce ne sono un bel po’:la pseudo-matrigna,la zia,lo zio,l’investigatore.Tanta brutta gente e quintali di omertà!Ah finalmente!
La storia si sviluppa su tre piani temporali separati andando a scovare e ricostruire la storia di una famiglia dal 1900 al presente.
Avrei sfrondato con un bel paio di cesoie buona parte delle pagine,ma a parte questo dettaglio (?) è un romanzo gradevole soprattutto perché siamo interessati al disvelamento dei segreti che si nascondono.
E’insieme alla protagonista infatti che piano piano scopriamo tutta la storia e per certi versi c’è anche molto giallo, tanto che alla fine ci scappa il morto ammazzato.

Nell’insieme non male:voto 6/10.Rimandata a settembre (abbiate pietà ma mi sono diplomata parecchi anni fa) nella materia Sintesi.




E via con il terzo: Coincidenze che fanno innamorare di Sue Watson




Titolo:Coincidenze che fanno innamorare

Autrice: Sue Watson 

Pagine: 376

Edito da Newton Compton








Siamo a metà strada tra il rosa e il chick lit in questo caso tant’è che si è rivelata la lettura più divertente.
La nostra protagonista,tradita dal marito (finalmente qui l’amante è una bastarda…Sveva prendi appunti!) e licenziata si reinventa facendo torte.
In realtà fa anche parecchie altre cose,ma ci tengo a soffermarmi sull’argomento pasticceria e vorrei dire solo una cosa:esiste un romanzo inglese o americano di questo genere in cui non compaia un dannatissimo cupcake????????
Ma non se ne può più!Tortine a destra, tortine a manca, tutte con sapori paradisiaci e talmente belle che nemmeno Michelangelo avrebbe saputo fare di meglio.
Ma una che si mette a fare la benzinaia no??Una che ignori cosa sia la Red Velvet e non sappia separare il bianco dal tuorlo?
No.Niente.Nada.
Se ti trovi disoccupata in un rosa non hai alternative:infila il grembiule e prepara impasti.
Vabbe.Me ne farò una ragione anche se i dolci non so cucinarli e le cupcakes onestamente mi fanno abbastanza schifo.
Dimenticando per un attimo il livore culinario il romanzo è carino:divertente (l’ho già detto,vero??),ironico,a tratti sdolcinato e con il lieto fine.
Siamo nel classico insomma,ma un classico che funziona.
Voto:7/10.


Ora dopo questa scorpacciata letteraria per compensazione dovrò leggere Musil in aramaico.
O magari no.
Magari mi leggo un Harmony ;- )

W i romanzi rosa!(In dosi controllate!)

domenica 12 gennaio 2014

Spine (Nel cuore)











TitoloSpine 

Autrice: Cristina De Lauretis

Pagine: 96

Pubblicato da Portaparole nel 2012

Consigliato: Assolutamente si




SPINE (NEL CUORE)

Poesie?Micropoesie?Haiku?Pensieri sparsi?Gocce d’anima?
No,non saprei come definire le parole che mi regala Cristina De Laurentis e a dirla tutta nemmeno mi interessa.
Perché io di questo libricino mi sono innamorata.

Ho perso la testa.Ho deciso di portarlo con me,sempre.Aprirlo a caso e leggere,rileggere.
Finchè non l’avrò imparato a memoria.
E quando anche saprò recitare a menadito ogni verso continuerò a portarlo con me.
Come un memento.
Per ricordare.

Per ricordare che talento vuol dire far esplodere l’animo umano anche con dieci semplici parole.
(“Non riparare il mio dolore.
Proteggilo e non offrirmi tregue.”)

Per ricordare che per esprimere tormento non servono narrazioni di dolore.
(“Aspetto che la notte mi renda la giusta disperazione.”)

Per ricordare che l’amore fa sempre,comunque,al di là di tutto più bene che male.
(“Stringi forte,
spezzami il respiro.
Dammi tutto l’amore che ho perso per strada e non ho più trovato.”)

E per ultimo,tristemente,per ricordare che la bravura quasi mai è premiata come dovrebbe.
Una autrice cosi come mai è possibile che passi inosservata?

Ah,dimenticavo.
Io odio la poesia.
Ma quando la amo,la amo sul serio.

lunedì 6 gennaio 2014

Volevo solo averti accanto



TitoloVolevo solo averti accanto

Autore: Ronald H. Balson

Pubblicato nel 2014 da Garzanti

Pagine: 424

Consigliato: A chi vuole approcciarsi alla storia del genocidio


Descrizione:

È la sera della prima al grande teatro dell'Opera di Chicago. Morbide stole e sete frusciatiti si scostano per far largo al vecchio Elliot Rosenweig, il più ricco e importante mecenate della città. All'improvviso fra la folla appare un uomo anziano in uno smoking rattoppato. Tra le mani stringe convulsamente una pistola che punta alla testa di Rosenweig. La voce trema per la rabbia, ma lo sguardo è risoluto quando lo accusa di essere in realtà Otto Piatek, il macellaio di Zamosc, feroce criminale nazista. Ma nessuno sparo riecheggia tra i cristalli e gli specchi del sontuoso atrio. E Ben Solomon, un ebreo scampato ai campi di sterminio, viene atterrato dalla sicurezza e trascinato in prigione. Nessuno crede alle sue accuse, nessuno vuole ascoltarlo. Tranne Catherine Lockhart, una giovane avvocatessa alle prese con una scelta difficile della sua vita. Catherine conosce l'olocausto esclusivamente dai libri di scuola, eppure solo lei riesce a leggere la forza della verità negli occhi velati di Ben, solo lei è disposta ad ascoltare la sua storia. Una storia che la porta nella fredda e ventosa Polonia degli anni Trenta, a un bambino tedesco tremante e con le scarpe di cartone che viene accolto e curato come un figlio nella ricca casa della famiglia ebrea dei Solomon. Ma anche agli occhi ambrati di una ragazza coraggiosa e a una storia di amore, amicizia e gelosia che affonda le radici del suo segreto in un passato tragico.




"...dal razzismo al genocidio il passo non è poi cosi grande."


Volevo solo averti accanto,prima pubblicazione Garzanti del 2014,viene definito ed è un caso editoriale.
L’autore,avvocato di professione si autopubblica e arriva a vendere,grazie al passaparola,centomila copie.
Da qui parte la guerra degli editori per accaparrarselo,vinta  in Italia da Garzanti.
Ora,per onestà devo ammettere che guardo sempre ai casi editoriali con occhio dubbioso.
Pur leggendoli perché sono curiosa di capire i motivi di tali successi,nel 70% dei casi resto delusa trovandomi di fronte ad assolute banalità letterarie.
Anche Volevo solo averti accanto entra di diritto in quella percentuale negativa,ma con una eccezione a suo favore:l’argomento che tratta.

Il romanzo infatti,diviso in due piani temporali tra il 2004 e la seconda guerra mondiale,narra la storia di Ben Salomon,ebreo perseguitato,e della sua famiglia. A raccogliere le sue memorie,per  far causa a un ex ufficiale nazista sotto falsa identità ,è invece Catherine,avvocato in crisi morale e professionale dopo una grande delusione d’amore.

La lettura mostra tutte le pecche di un’opera prima:eccessive semplificazioni nei passaggi tra presente e racconti del passato che evidenziano la mancanza di tecnica,un atteggiamento quasi didascalico e scolastico sulla storia della guerra e sugli orrori perpetrati dalle ss (uso sempre la minuscola,non per errore,ma per totale disgusto),un linguaggio semplice e scorrevole che rasenta però spesso la banalità, una mancanza di sfumature nei personaggi che si dividono nei classici e stereotipati buoni o cattivi.
Anche nel finale non si cambia registro:melenso e scontato.

Come però dicevo prima ciò che non mi fa marchiare questo libro con la scritta “da cestinare”è il fatto che si racconti del nazismo.
Sono una di quelle persone che ritiene sia sempre giusto e santo parlarne.Spesso questo mi ha causato contrasti con colleghi lettori i quali,comprensibilmente, tacciavano romanzi di questa stregua come sleali,asserendo che utilizzare l’argomento rappresentava gioco facile per vendere copie.
Vero,ma in parte.Se anche l’autore non è intellettualmente onesto ma ci marcia sopra per impietosire il lettore a me va bene uguale.

Tutto purchè si continui a parlare,a raccontare,a diffondere il ricordo della più disgustosa pagina storica della nostra terra.

Ma c’è anche un secondo motivo per cui questo romanzo diventa importante:la semplicità che gli ho or ora criticato.Starete pensando che mi contraddico vero?
Mi spiego:se per un lettore esigente il tenore letterario dell’opera è mediocre, è invece perfetto per coloro che vogliono avvicinarsi all’argomento.Penso  a ragazzi molto giovani,adolescenti.Leggere ad esempio Primo Levi a 13 anni può rivelarsi scioccante (per me lo è stato).Magari,ma è solo una mia idea,sarebbe giusto un percorso graduale,attraverso romanzi come questo,fino ad arrivare ad opere più importanti che sono vera testimonianza storica e non semplice racconto romanzato.
Oltretutto l’espediente del processo,(che mi ha fatto venire in mente Grisham per la similarità) può essere un motivo in più per avvincersi alle pagine

In sintesi dunque pur considerandolo scarso lo consiglio fortemente a coloro che vogliono approcciarsi all’orrore delle persecuzioni ebree.


sabato 4 gennaio 2014

Fine di una storia











TitoloFine di una storia

Autore: Graham Greene

Edizione del 2000 di Mondadori

Consigliato:Fortemente.

Precauzioni d'uso:rimandare se avete chiuso da poco una relazione!





Descrizione:

Siamo a Londra, è in corso il secondo conflitto mondiale. Henry è un tranquillo e ordinario funzionario pubblico, sposato con Sarah. Maurice Bendrix è uno scrittore quotato che si innamora, ricambiato, di Sarah. La profonda passione si concretizza durante i loro numerosi incontri, ovviamente clandestini. Durante uno di questi momenti d'intimità, una bomba esplode nell'edificio in cui si trovano. Maurice è privo di conoscenza o forse addirittura morto....(Mi fermo qui per non svelare troppo!)




The end of affair :


C’è stato un momento in cui ho pensato di non raccontare la mia opinione su questo romanzo,ma di fare invece un post di sole citazioni tratte da Fine di una storia.
Questo perché le parole di Greene sono talmente perfette che mi sembra di compier peccato a scriverne a riguardo.
Peccato.Già.Mi sono appena resa conto di non aver usato a caso questa parola.
Uno dei temi centrali di questo romanzo è proprio il cattolicesimo infatti.
La fede,l’amore,la morte,il pentimento,la redenzione.
Ma anche il tradimento,il peccare appunto,la passione.
Tutto questo è oggetto della trama ma soprattutto di intense riflessioni.
Ma andiamo con ordine….
Tre i protagonisti di queste pagine meravigliose:Maurice,scrittore in preda alla rabbia per essere stato abbandonato dall’amante.Sara,l’amante,figura femminile di grandissima forza,che combatte la sua battaglia tra amore terreno e fede.Henry,marito tradito,anello debole del triangolo per una fragilità che svolta facilmente nella perdita di dignità.
In quello che appare come il classico triangolo spunta però un personaggio inaspettato:Dio.
Sarà lui,o forse è più corretto dire l’idea che di lui ha Sara, a sconvolgere le loro vite,a creare tribolazioni,sofferenze,rinunce all’amore.
Un Dio che ai miei occhi è apparso come la totale antitesi del deus ex machina.
La scrittura di Greene delinea con perfezione ogni personaggio,non tanto sotto un profilo estetico ed esteriore(ambito che viene quasi totalmente tralasciato) quanto invece sotto un aspetto morale,caratteriale. Ogni gesto che compiono,ogni pensiero che hanno è lineare e conforme all’idea che ci siamo fatti.
Di grande pregio è poi la differenziazione nella narrazione:una prima parte è infatti affidata a Maurice,che spazia tra presente e ricordi del passato.Le pagine centrali sono invece assegnate a Sara.o meglio ai suoi diari.Si ha quasi la percezione che la penna sia passata di mano:il registro si fa infatti più intenso,sofferente,appassionato,coerentemente femminile.
Devo ammettere però che ho avuto maggiore immedesimazione con Maurice,ma era gioco facile.
Chi di noi non ha mai sofferto per amore?
Chi di noi non si è illuso di odiare il soggetto del proprio amore?
Chi di noi non ha passato 24 ore su 24 a tormentarsi chiedendosi perché siamo stati lasciati?
La Fine di una storia non può non far parte di ognuno di noi.
In definitiva un autentico capolavoro che coinvolge e per la trama e per le riflessioni sull’anima.

Consigliato e,cosa rarissima,lo è anche il film che ne è stato tratto.